Latina,
i ragazzi di Casa Pound sono
un esempio di come «vivere»
un impegno
politico.
Tratto da Parvapolis.it
In Italia abbiamo, dal dopoguerra ad oggi, una
visione manichea delle cose. Il bene da una parte,
il male dall'altra. Fascismo e comunismo hanno
rappresentato queste due facce. L'uno era il diavolo
dell'altro. A Latina CasaPound ha da tempo raccolto,
tra i giovani, l'eredità ideologica della destra
sociale. Abbiamo intervistato Enzo Savaresi. Per
cominciare, cosa è CasaPound? «CasaPound è
un’occupazione nata il 29 dicembre del 2006 per dare
risposta all’inefficienza dell’amministrazione
comunale e dimostrare il problema dell’emergenza
abitativa qui a Latina, non ci sono abbastanza case
popolari e il piano dell’edilizia pubblica è fermo
da oltre trenta anni. La maggior parte della
popolazione è costretta ad indebitarsi con le banche
per avere un tetto sotto cui vivere, noi pensiamo
che una casa di proprietà sia un bene irrinunciabile
per l’uomo, primario, un diritto che lo Stato non
riesce a garantire ai propri cittadini.».
Vi definite fascisti? «Si, ci definiamo fascisti del
Terzo Millennio, molto più vicini al cosiddetto
“fascismo di sinistra”, quello orientato più al
sociale, come nel Programma di San Sepolcro, o nella
Repubblica di Salò, prendendo le distanze da quello
che è stato il Movimento Sociale Italiano e Alleanza
Nazionale, nei quali non ci riconosciamo».
Come è il vostro rapporto con la società latinense?
«Noi andiamo d’accordo con tutti, non abbiamo
pregiudizi nei confronti degli alti, né siamo
prevenuti, possiamo dialogare con chiunque, nessun
problema a confrontare le nostre idee, ovviamente
deve esserci rispetto da ambedue le parti. Noi
abbiamo fatto, e facciamo molto per Latina e non
solo. Abbiamo offerto un luogo dove abitare a chi
non poteva permetterselo, ci siamo battuti per il
diritto sull’acqua, fatto raccolte di vivande e
giocattoli per le fasce più deboli della popolazione
di Latina e per gli sfollati dell’Abruzzo,
organizzato attività socio-culturali, cineforum.
Questo posto, prima che noi l’occupassimo,
apparteneva all’Enel, era completamente in rovina,
dimenticato, un “buco nero” che andava a danneggiare
l’immagine della nostra città, era un punto di
ritrovo per drogati e noi l’abbiamo trasformato in
qualcosa di utile per il sociale: CasaPound».
Sono molti i giovani qui a Latina che inneggiano al
regime, al duce, senza conoscerne veramente la
storia: pensi che nella nostra città il fascismo sia
una moda? «Sicuramente è una moda, un esempio
opposto potrebbe essere la città di Livorno, dove lì
invece fa fico essere comunista. Non conoscere la
storia, la propria storia, è come infilarsi un abito
senza sapere che cosa si stia indossando. Il
fascismo non è un abito, non lo si diventa, ci si
nasce, non è solamente un’ideologia, ma un modo di
vivere. Sono molti che credono, o fanno finta di
essere fascisti, quando in realtà si drogano o
peggio. Essere fascista è soprattutto una questione
personale, sono altre le cose da mostrare in
pubblico invece del saluto romano o gridare “viva il
duce!”, bisogna propagandare ben altri valori, altre
idee e soprattutto mettersi al servizio per gli
altri: questo è il fascismo. Noi ci battiamo anche
per far capire ai giovani che la vita non è fatta di
auto costose, vestiti firmati, di pura “materia”. È
fatta soprattutto di coscienza e conoscenza, sulla
storia, sulla nostra storia, su ciò che siamo e ciò
che siamo stati e tutto questo dovrebbe fare da
cardine per cosa che dovremmo essere».
Avete un look con cui vi identificate? «Non andiamo
in giro né conciati da barboni, né tendiamo a
vestirci con le cose firmate, certo, abbiamo un look
sobrio, ma per noi ognuno è libero di vestirsi come
vuole, ben visto, senza mai apparire troppo. Noi
all’apparire preferiamo “l’essere”, vestirci delle
nostre idee. Non abbiamo un cliché, vogliamo essere
solamente d’esempio agli altri, non andremo mai in
giro a propagandare il non vivere».
Oltre a CasaPound, avete altri posti dove vi
incontrate? «Siamo ragazzi comuni, non ci piace
ghettizzarci, frequentiamo i posti che vogliamo.
L’errore più grande compiuto dalla destra radicale è
stato appunto segregarsi e non far conoscere le
proprie idee ad altre persone, noi siamo aperti al
dialogo con tutti, “siamo ovunque”, sempre
mantenendo il nostro stile e il nostro modo
d’approcciare la vita».